Seminario Territoriale Marche

May 12, 2015 Posted by:  

Il 15 aprile si è tenuto a Sirolo, presso la sede dell’Ente Parco del Conero, il seminario territoriale “Gestire l’acqua in un clima che muta: come deve cambiare l’Agricoltura” alla presenza di 40 partecipanti tra agronomi, coltivatori e rappresentanti di associazioni ed enti che si occupano di tutela dell’ambiente.

Il seminario, di una giornata, è stato suddiviso in due momenti:  di mattina è stato presentato un focus sui cambiamenti climatici in atto a livello mondiale e sui loro effetti nella Regione Marche specie per quanto riguarda il dissesto idrogeologico. In seguito sono state presentate buone prassi  regionali di agricoltura sostenibile e di gestione del territorio. Il pomeriggio è stato dedicato ad una tavola rotonda in cui si è focalizzata l’attenzione sulle modalità attraverso cui le politiche pubbliche e il mercato possono sostenere un modello di agricoltura sostenibile e contribuire al pagamento dei servizi eco sistemici.

I lavori sono iniziati con la relazione di Danilo Tognetti, metereologo del Servizio Agrometeo dell’Assam Regione Marche, che dopo un’introduzione generale sui cambiamenti climatici a livello globale, ha trattato, nello specifico, la situazione regionale che sta registrando un incremento costante delle temperature negli ultimi quarant’anni. In particolare, il 2014 è stato un anno record per l’incremento delle temperature, il più caldo dal 1961 con una temperatura media di 14, 5° C che supera di + 1, 3°C la media degli anni 1961-2000. Con il 2014 sale a 9 il numero degli anni consecutivi più caldi della norma (con un inverno ed un autunno da record). L’ultimo anno è stato anche più piovoso con un incremento, nei primi sette mesi dell’anno, del + 20% rispetto alla media negli anni 1961-2000 ma, in generale, si osserva una diminuzione delle precipitazioni annue: in particolare diminuiscono i giorni in cui piove, ma aumentano i fenomeni più intensi con episodi alluvionali che portano ingenti danni alle colture, alle strutture e purtroppo anche vittime. Con l’aumentare della temperatura e la diminuzione delle piogge, specie in estate, si assiste all’aumento dell’evapotraspirazione estiva e della siccità con conseguente stress per le colture tipiche del periodo. In conclusione, caratteristiche climatiche regionali sono, ormai da alcuni anni, l’aumento delle temperature con un conseguente prolungamento dell’autunno e con l’inverno ridotto a singoli episodi e una diminuzione delle precipitazioni annue accompagnata, però, da eventi intensi anche a carattere alluvionale.

Un contributo al seminario è arrivato dal Prof. Fabio Taffetani, docente di Botanica presso il Dipartimento di Agraria dell’Università Politecnica delle Marche, che ha inviato una relazione che ha mostrato che la diversità ambientale costituisce un valore assoluto (al pari del patrimonio storico, architettonico e dei beni culturali) di conseguenza ogni attività economica (agricoltura, industria, turismo, …) va valutata prioritariamente sulla base degli effetti ambientali (soprattutto quando sono di tipo irreversibile). Quando questo non è stato fatto, per ragioni di mera speculazione economica, gli effetti sono stati devastanti. Nella regione Marche c’è una linea netta di demarcazione tra la zona collinare (ipersfruttata e desertificata a causa di un’agricoltura di tipo intensivo meccanizzata con utilizzo di agenti chimici) e quella montana (in continua fase di abbandono), soggette a due opposte tendenze, ma accomunate dalle conseguenze negative a carico della biodiversità degli agro ecosistemi. Spesso nelle aree agricole intensive, caratterizzate da monocoltura con prevalenza di colture erbacee annuali, la rete idrografica minore è stata modificata con conseguente erosione dei terreni, accumulo di sedimenti nei fossi e nei fondovalle ed eliminazione di importanti habitat seminaturali (siepi, boschi, praterie e fasce ripariali) che conducono a frequenti fenomeni di dissesto idrogeologico. Paradossalmente l’alterazione e la cancellazione della rete idrografica minore hanno avuto origine proprio da un’improvvida normativa della PAC nata con lo scopo di tutelare il suolo e la biodiversità prevedendo minime lavorazioni del terreno specie in corrispondenza dei fossi principali che non sono stati più messi in sicurezza.

La seconda relazione del Prof. Riccardo Santolini, Department of Earth, Life and Environment Science (DiSTeVA),  Università degli studi di Urbino “Carlo Bò”, ha mostrato i benefici e i valori naturali, sociali ed economici derivanti dagli ecosistemi promuovendo la consapevolezza che la loro funzionalità mitiga il rischio idrogeologico. In quest’ottica occorre promuovere strumenti di governance per il mantenimento dei servizi ecosistemici e delle attività umane compatibili nell’ottica dei cambiamenti climatici definendo, in modo partecipato, anche meccanismi di retribuzione di questi servizi per i territori che li producono.

La seconda parte della mattina è stata dedicata alla presentazione di buone pratiche locali agricole e di gestione del territorio.

Sono intervenuti Giovanni Battista Girolomoni, della Cooperativa Agricola Girolomoni di Isola del Piano (PU) che ha ripercorso la storia dell’azienda dalle origini, con l’intuizione del fondatore, suo padre, di portare l’esperienza dell’agricoltura biologica e della valorizzazione dell’antica civiltà contadina in un territorio montano mai coltivato prima e soggetto a spopolamento, ad oggi, con la testimonianza di una cooperativa che conta 30 soci, un pastificio moderno e tecnologico, un fatturato annuo in continua crescita e che sta dando impulso al territorio, opportunità lavorative ai giovani e nuova linfa all’economa locale.  L’agricoltura biologica diventa così il punto di partenza di sviluppi maggiori e più etici che possono realizzarsi solo in un contesto di reti e di scambi con gli attori del territorio.

A seguire Giorgio Bortolussi, responsabile della sezione marchigiana dell’Associazione Agricoltura Biodinamica, che ha illustrato alcuni esempi di terreni in cui sono state applicate le tecniche dell’agricoltura biodinamica (sovescio e preparati) e che presentano, anche dopo pochi mesi di conversione a questa tipologia di coltivazione, uno strato di humus molto alto segno della vitalità del terreno.

Ha dato il suo contributo al seminario il Prof. Stefano Tavoletti, del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari ed Ambientali, Università Politecnica delle Marche con il progetto pilota di gestione delle filiere agro-zootecniche del bacino del Misa-Nevola, finanziato dalla Regione Marche che ha previsto la sostituzione nell’alimentazione dei bovini di mais e soia a favore di foraggi di erba medica, sorgo, favino e pisello prodotti nella zona che hanno avuto l’effetto di implementare sistemi colturali che garantiscano la copertura efficace del terreno nei momenti critici di piena del fiume, reintrodurre sistemazioni agrarie più idonee alla gestione del deflusso delle acque meteoriche e di migliorare qualitativamente i prodotti delle filiere coinvolte, non solo zootecniche.

Infine il Dott. Michele Tromboni del Consorzio di Bonifica delle Marche, ha presentato l’esperienza, tutta marchigiana, della manutenzione ordinaria del reticolo idrografico effettuata grazie alla collaborazione  delle Imprese Agricole di Presidio (IAP): attraverso un opportuno percorso formativo, l’imprenditore agricolo, in possesso anche di mezzi d’opera atti all’esecuzione degli interventi richiesti, presta parte del suo tempo all’attività di sorveglianza, segnalazione ed esecuzione degli interventi sul reticolo idrografico diventando soggetto di riferimento per la tutela e la valorizzazione del proprio territorio agricolo, una vera sentinella del territorio.

 

Il pomeriggio si è aperto con una Tavola Rotonda in cui è stato evidenziato come i consumi di prodotti biologici stiano crescendo (nonostante la crisi), tanto che l'offerta (nazionale  e regionale) non è in grado di rispondere a questa dinamica di mercato. Anche se le motivazioni non sono sempre quelle della tutela dell'ambiente, questo potrebbe essere visto come una conseguenza del crescente interesse dei cittadini a "interagire" con il mondo della produzione. Questo dato è fondamentale per contribuire a correggere i fallimenti del mercato che nel prezzo dei prodotti non tiene conto dei costi ambientali (emissioni e consumo di risorse naturali) e delle istituzioni nella promozione dei modelli di produzione più efficienti per risolvere (o ridurre) i problemi climatici. Per poter avere consumatori consapevoli che possano trascinare il comparto biologico occorre agire sull’ informazione attraverso, ad esempio, una nuova etichettatura che indichi l’impatto ambientale nella produzione del prodotto e il nome del produttore anche per i prodotti ortofrutticoli. Contemporaneamente è essenziale una pianificazione del territorio che ne valorizzi le potenzialità e che metta in rete tutti i soggetti (enti locali, produttori agricoli, cooperative sociali, cittadini) in modo da legare sempre più agricoltura e territorio in un’ottica d’integrazione dei settori e di potenziamento dei servizi eco-sistemici che faccia uscire l’agricoltura biologica fuori dal concetto di nicchia e diventare un comparto.